LE CURE

02-09-2021

In questo articolo viene spiegato che il criminale protocollo di cura del ministro Speranza e del governo ha causato molti piu’ morti rispetto agli altri protocolli di cura. Normalmente chi causa morti per colpa grave andrebbe arrestato. Ma in assenza di un intervento della magistratura almeno dimissioni di ministri e governo con ritorno al voto sarebbe il minimo che persone di coscienza dovrebbero fare. Ma questi hanno una coscienza?

Bocciata la «cura» Speranza. Usando solo la tachipirina aumenta il rischio di morire

Uno studio dell’ateneo di Pavia, uscito sul «Journal of medical virology», demolisce la vigile attesa con paracetamolo: «Più ricoveri per polmonite, specie tra gli anziani». Il ministero della Salute è rimasto per un anno e mezzo ancorato al protocollo anti Covid basato su tachipirina e vigile attesa…

Qui sotto un’estratto dell’articolo.




14-09-2021

Un lungo video in cui vengono spiegate le cure precoci da utilizzare. Dal minuto 19.00 vengono spiegate le medicine da utilizzare. In particolare viene precisato che le cure date nei primi 4 giorni dall’insorgenza dei sintomi guariscono dal covid praticamente nel 100% dei casi. Quindi BASTA col dire che il covid è una malattia incurabile per cui e’ necessario e dovrebbe essere addirittura OBBLIGATORIO il vaccino. Questa messinscena DEVE finire




22-08-2021

La dottoressa Erminia Maria Ferrari, attualmente al lavoro a Bergamo e fino a pochi mesi fa medico di base in un paesino della Lombardia, è salita sul palco della tappa trevigiana del tour promosso dall’Unione per le Cure, i Diritti e le Libertà. Nel suo intervento davanti alla platea di piazza dei Signori, l’esperta ha raccontato la sua esperienza con le terapie precoci lanciando al contempo un appello a tutti quei medici che ancora sono diffidenti rispetto a tale approccio.




12-08-2021

La situazione intorno alle cure domiciliari per il Covid-19 sembra essere fatta su misura per un celebre passo del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sempre adeguato quando si tratta di descrivere il nostro Paese: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. In effetti sul fronte delle terapie precoci in risposta all’ emergenza sanitaria sono cambiati protocolli ministeriali, pareri scientifici, posizioni politiche, ma ancora persiste quell’aria di diffidenza come se fosse il primo giorno.Con l’arrivo del vaccino, presentato e glorificato come unica soluzione possibile, lo scenario è andato peggiorando. A nulla servono le evidenze scientifiche di farmaci come l’ Ivermectina e l’ Idrossiclorochina, di fronte alla potenza di fuoco delle terapie prodotte da aziende del calibro di Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Johnson & Johnson. Così le cure sono andate sempre più nell’ombra.Purtroppo di cure si parla sempre poco”, ha confermato in diretta con Fabio Duranti la giornalista Angela Camuso, che nell’ultima stagione televisiva di “Fuori dal Coro” ha documentato da inviata “chi è guarito, chi è morto per la vigile attesa con la tachipirina, storie agghiaccianti di abbandoni di malati, violazioni sistematiche dei diritti umani che sono avvenute sotto l’ombrello dei protocolli ministeriali”.

04-08-2021







24-07-2021

In questa incredibile conferenza di una giornalista di canale 5, l’accusa piu’ che fondata, che con le cure precoci, che sono state negate dal protocollo di cura drl governo, 101.000 morti di covid 19 potevano essere evitate. Come gia’ sostenuto da tuttocovid.com, anche lei sostiene che prima o poi i responsabili dovranno pagare penalmente.




20-07-2021

Un nuovo anticorpo monoclonale made in italy che si somministra con una iniezione da fare a casa anziche’ con un’endovenosa da fare in ospedale come accade con i monoclonali americani. Per la sperimentazione hanno bisogno di maggiori fondi, ma dubitiamo che Speranza & co. siano interessati: vaccino e SOLO vaccino, e’ il loro motto.
Se poi nel frattempo muoiono persone che potevano essere salvate con cure appropriate, anziche’ con la “vigile attesa” raccomandata dal ministero, questo non e’ un loro problema. Penalmente questo comportamento potrebbe essere inquadrato nel reato di omicidio colposo. Per questo ci sara’ tutto il tempo, tanto non si prescrive. E’ facile restare impuniti quando si e’ al governo, ma i governi cadono prima o poi e da comuni cittadini l’impunibilita’ decade.

Anticorpo monoclonale italiano può neutralizzare tutte le varianti. «Ha già superato la prima fase di test»

Covid, anticorpo monoclonale italiano neutralizza tutte le varianti. «Ha già superato la prima fase»

L’anticorpo monoclonale italiano neutralizza tutte le varianti del virus SarS-CoV2 e viene somministrato semplicemente con una iniezione, anche a casa del paziente, anzichè per via endovenosa in ospedale diversamente da quelli prodotti negli Usa. Ma questo anticorpo di seconda generazione, superata la prima fase clinica con ottimi risultati, guarda con fatica al traguardo delle due fasi successive di sperimentazione: mancano infatti candidati-pazienti e finanziamenti. A parlare direttamente delle difficoltà incontrate è il ‘padre del monoclonale Made in Italy, Rino Rappuoli, direttore scientifico e responsabile Ricerca e Sviluppo di GlaxoSmithKline, alla Giornata del Ricercatore alla Maugeri di Pavia.

Anticorpi monoclonali italiani, i test

I tempi della fase 2 e 3 non sono attualmente prevedibili, ha spiegato lo scienziato – «il programma prevede che il test venga effettuato su 800 persone che hanno avuto tampone positivo: abbiamo cominciato a metà maggio e finora ne abbiamo reclutati solo un centinaio. È difficile contattare eventuali candidati per ragioni di privacy». Per affrontare il problema la Regione Toscana sta diffondendo l’opportunità del monoclonale via internet. «Speriamo che questa campagna di informazione produca risultati efficaci, altrimenti dovremo continuare il lavoro all’estero. In Italia – ha sottolineato Rappuoli – si può fare una buona ricerca, ma oggi mancano ancora finanziamenti per avere laboratori competitivi a livello internazionale. Speriamo che con i fondi del Pnrr si facciano gli investimenti necessari».

I fondi per la ricerca

Un argomento, quello dei fondi per la ricerca, che torna come un mantra nel mondo scientifico italiano che definisce inaccettabili la dispersione di competenze e obiettivi causati della mancata programmazione e dagli scarsi finanziamenti degli ultimi decenni. Ancor più ora che i danni di una pandemia stanno sotto gli occhi di tutti. Ad auspicare più risorse in Italia anche Walter Ricciardi, direttore scientifico di Ics Maugeri e consulente del Ministero della Salute intervenuto alla Giornata del Ricercatore , che ha sottolineato: «Oggi in Italia si investe l’1,4 per cento del Pil, non siamo tra i primi 30 Paesi, dovremmo salire almeno al 2-2,5» Rappuoli, dal canto suo, si è soffermato su uno dei motivi della grande velocità con la quale sono stati prodotti i vaccini anti-Covid: «Il governo degli Stati Uniti ha messo a disposizione 12 miliardi per le aziende più importanti, compresa quella per cui lavoro. Il risultato è stato conseguito in meno di anno». Tornando agli anticorpi monoclonali, l’Agenzia italiana del Farmaco (Aifa) il 12 luglio ha reso noto che da metà marzo sono stati 6.198 i pazienti Covid a cui sono stati prescritti gli anticorpi monoclonali autorizzati in via sperimentale in Italia. Di questi, 74 sono quelli che li hanno ricevuti nell’ultima settimana: un numero per la prima volta in crescita dopo mesi di calo e che va di pari passo con l’aumento registrato nei contagi.




 ALTRE IMPORTANTI INFORMAZIONI SULL’IVERMECTINA PER LA CURA DEL COVID

16-07- 2021

Ivermectina contro COVID, capsule galeniche in Farmacia

BY DR. MARCO TERNELLI ON 4 MARZO 202155 COMMENTS

Last Updated on 16 Luglio 2021 by Dr. Marco Ternelli

Non Italian readers: scroll down to the bottom for an English abstract about ivermectin.

Da tempo si sente parlare dell’uso della molecola ivermectina contro COVID 19 (es. ivermectina capsule o ivermectina compresse), come una novità nell’arsenale terapeutico da offrire ai Medici.

Ad oggi, in Italia l’ivermectina non è presente in medicinali industriali registrati ad uso umano, ma può essere preparata da alcune Farmacie di Farmagalenica dotate di laboratorio galenico, nel quale preparare ivermectina capsule o altra forma farmaceutica (v. fine articolo per la lista delle farmacie).

Prima di proseguire, un chiarimento obbligatorio data la delicatezza dell’argomento e la velocità con cui escono nuovi studi e pubblicazioni scientifiche che possono modificare completamente o in parte quanto scritto in questo articolo:

Disclaimer

I dati riportati sono esclusivamente a scopo educativo riguardo a terapie potenzialmente benefiche contro il COVID-19.
Tutto questo non intende sostituire il consiglio, la diagnosi o il trattamento medico professionale nei confronti di alcun paziente. Il trattamento per un singolo paziente deve fare affidamento sul giudizio del proprio Medico. Chiedi sempre il suo consiglio per qualsiasi domanda tu possa avere sulla tua salute o condizione medica.

Cos’è l’ivermectina e perché si parla dell’ ivermectina contro COVID -19

L’ivermectina è un principio attivo con attività antielmintica, ossia per “sverminare”. È stata utilizzata finora come farmaco ad uso veterinario, ma dal 2020 in poi ha mostrato un interesse crescente come possibile terapia contro COVID-19.

Maggiori informazioni su caratteristiche ed effetti si possono trovare qui e qui.

Alcuni studi sull’ ivermectina contro COVID

Presso il sito ivmmeta.com, è possibile reperire studi di metanalisi sull’uso dell’ ivermectina contro COVID 19. Si rimanda ad esso per la lettura dei singoli studi e relativi approfondimenti.

Per quanto riguarda gli studi in Italia, l’ivermectina risulta (alla data dell’ultimo aggiornamento di questo articolo) autorizzata in 2 studi, visibili cliccando qui (sito AIFA).

Nota tecnica: l’ivermectina risulta registrata in almeno un farmaco ad uso umano in Francia e Spagna (oltre che ad avere una monografia nella Farmacopea Europea), cosa che permette ai Medici Chirurghi ed Odontoiatri di prescriverla e richiederne la preparazione galenica secondo quanto disposto dalla Legge 94/98 (Legge “Di Bella”). Si veda oltre.

Gli studi disponibili sull’uso dell’ ivermectina contro COVID 19

A Maggio 2021 è uscito anche un nuovo studio sull’uso dell’ ivermectina contro COVID 19:https://www.youtube.com/embed/YV2H6_0i4f0?feature=oembed

Dosaggi dell’ ivermectina capsule nella profilassi e nel trattamento

Mentre per uso veterinario si utilizzano dosi di pochi microgrammi (la millesima parte del milligrammo), nell’uso umano le dosi sono più alte (milligrammi).
Dal sito FLCCC Alliance sono suggeriti i seguenti dosaggi per

  • soggetti ad alto rischio
  • soggetti con post esposizione a COVID-19.

Nel testo seguente, per “dose” si intende sia ivermectina capsule, compresse o altra dose farmaceutica che il Farmacista può preparare nel Laboratorio Galenico.

Gli schemi aggiornati possono essere sempre trovati qui.

Ivermectina per profilassi di soggetti ad alto rischio

Dose: 0,2 mg/kg.
Una dose il giorno 1 e il giorno 3, poi assumere una dose settimanale per 10 settimane, poi una dose ogni 2 settimane.

Esempio per una persona di 70 kg di peso corporeo: 70 kg × 0,2 mg = 14 mg.

Assumere a stomaco vuoto con acqua.

Ivermectina per profilassi post esposizione a COVID-19

Da utilizzare se un membro della famiglia è risultato positivo per COVID-19 o se si ha un’esposizione prolungata con un paziente positivo per COVID-19 senza indossare una mascherina.

Dose: 0,2 mg/kg.
Una dose il giorno 1 e il giorno 3.

Esempio per una persona di 63,8 kg di peso corporeo: 63,8 kg × 0,2 mg = 12,76 mg.

Assumere a stomaco vuoto con acqua.

Ivermectina per trattamento ospedaliero pazienti infetti con COVID-19

Lo schema aggiornato è disponibile qui.

Dose: 0,3 mg/kg.
Una dose al giorno per 5 giorni

Esempio per una persona di 70,8 kg di peso corporeo: 70,8 kg × 0,3 mg = 21,24 mg.

Assumere a stomaco vuoto con acqua.

ivermectina capsule o compresse

Ruolo dal Farmacista Galenista nella terapia dell’ ivermectina contro COVID

In Italia, i Farmacisti galenisti di Farmagalenica possono preparare ivermectina capsule grazie alla possibilità di poter acquistare ivermectina pura, di grado farmaceutico, certificata ad uso umano grazie all’azienda ACEF che l’ha importata.

In nessun modo il Farmacista può utilizzare ivermectina uso veterinario per allestire ivermectina capsule ad uso umano.

Da essa, possono allestire il farmaco galenico ad uso umano corrispondente, quali

  • ivermectina capsule
  • ivermectina compresse
  • ivermectina sciroppo

che potrà essere:

  1. preparata in qualsiasi dosaggio richiesto, con precisione al centesimo di milligrammo, cosa fondamentale per l’ ivermectina contro COVID essendo una sostanza tossica se assunta in maniera impropria
  2. calcolata per ridurre al minimo gli effetti collaterali o indesiderati grazie ad un dosaggio estremamente personalizzato (fino al decimo di milligrammo, volendo)
  3. preparata in qualsiasi quantità (es. 10 capsule, 20 capsule, 100 capsule, ecc..) per poter coprire tutta la terapia secondo i protocolli
  4. realizzata senza eccipienti cui il paziente è allergico o intollerante (es. lattosio, glutine, ecc…)

A proposito del primo punto, si sottolinea la fondamentale importanza del Farmacista Galenista nel garantire che il principio attivo sia omogeneamente e uniformemente miscelato negli eccipienti, onde evitare effetti collaterali ai pazienti dovuti a errata distribuzione del principio attivo nelle capsule (i galenici magistrali sono di fatto preparazioni singole e personali, eseguite una a una in un laboratorio galenico della farmacia).

Effetti collaterali dell’ ivermectina capsule

L’ivermectina è una molecola potenzialmente pericolosa se usata impropriamente, inteso come dosaggio errato in base al peso.
Parte di questo problema è annullato proprio dalla galenica che, come illustrato precedentemente, permette al Medico di prescrivere un dosaggio estremamente preciso in base alle caratteristiche del paziente.

Gli effetti collaterali più comuni possono essere:

  • diarrea
  • dolore addominale
  • nausea
  • vomito
  • mal di testa

Normativa per la dispensazione di ivermectina capsule in Italia

L’ivermectina uso umano è una sostanza classificata “veleno” avendo un bassissimo indice terapeutico.
Per questo motivo richiede una ricetta medica non ripetibile con i formalismi dei veleni. In più, non essendoci medicinali industriali registrati per l’indicazione terapeutica nel COVID sarà necessario redigere una ricetta off-label secondo gli artt. 4 e 5 della Legge 94/98 (Legge “Di Bella”) ossia riportante:

  • codice numerico o alfanumerico AL POSTO di nome e cognome del paziente (es. “Paz001”)
  • dosaggio in tutte lettere dell’ ivermectina contro COVID (es. “DODICI MILLIGRAMMI”)
  • posologia (es. “1 capsula ogni 2 settimane”)
  • motivazione della prescrizione (es. “terapia COVID”)
  • se il dosaggio della singola unità posologica (prodose) o il dosaggio totale giornaliero supera i 12 mg (es. 12,01 mg o “o 2 capsule da 8 mg al giorno”), il Medico deve indicare in ricetta l’assunzione di responsabilità (es. sic volo). In caso di dubbio o (come si dice) per tagliare la testa al toro, il medico può sempre indicarlo a prescindere dal dosaggio, senza per questo invalidare la prescrizione.

Nel caso di prescrizione off-label, il Medico deve acquisire il consenso informato del paziente.

Legge 94/98

Per facilitare la comprensione, si rende disponibile al download il seguente esempio di ricetta medica (facsimile), redatta secondo la normativa attuale.Ivermectina contro covid capsule galenica_FarmagalenicaDownload


Ovviamente, nulla vieta al Medico di prescrivere ivermectina capsule o altre forme farmaceutiche (es. crema) ad uso umano per indicazioni terapeutiche approvate (es. rosacea, scabbia).
In questo caso NON si tratterà di una prescrizione off-label, ma di una semplice ricetta non ripetibile con i formalismi dei veleni, ossia riportante:

  • nome e cognome o codice fiscale del paziente
  • dosaggio in tutte lettere dell’ ivermectina contro COVID (es. “DODICI MILLIGRAMMI”)
  • posologia (es. “1 capsula ogni 2 settimane”)
  • se il dosaggio della singola unità posologica (prodose) o il dosaggio totale giornaliero supera i 12 mg (es. 12,01 mg/capsule o “2 capsule da 8 mg al giorno”), il Medico deve indicare in ricetta l’assunzione di responsabilità (es. sic volo). In caso di dubbio o (come si dice) per tagliare la testa al toro, il medico può sempre indicarlo a prescindere dal dosaggio, senza per questo invalidare la prescrizione.

For ENGLISH or international patients

We’ve received a huge amount of requests from foreign patients, about compounding ivermectin.

Unfortunately, it’s not possibile to buy ivermectin without a medical prescription, neither to ship it to other countries.

The italian law on ivermectin is very restrictive and pharmacies are not allowed to deliver outside the borders.

Costi di una terapia a base di ivermectina capsule

I costi dei farmaci galenici quali l’ ivermectina capsule o compresse non sono decisi in autonomia dal Farmacista, ma stabiliti dalla Tariffa Nazionale dei Medicinali approvata con Decreto Ministeriale.
Essi dipendono dal costo dalle materie prime, dalla pericolosità, dai costi di lavorazione e dai contenitori.
Per dare un esempio di costi, come da art. 2 della suddetta Tariffa, si ha che:

  • 30 capsule da 6 mg di ivermectina = CIRCA 47€
  • 30 capsule da 12 mg di ivermectina = CIRCA 53€

Come tutti i farmaci galenici è fiscalmente detraibile.

Per cercare e visualizzare quali Farmacie di Farmagalenica sono dotate di laboratorio galenico per preparare ivermectina capsule uso umano, consultare il motore di ricerca disponibile su www.cercagalenico.it (si aprirà una nuova pagina).

Dr. Marco Ternelli

Farmacista appassionato di Galenica, Legislazione Farmaceutica e Farmaci al banco. Amministratore di Farmagalenica.it, Farmacosmetica.it, Cercagalenico.it e Preparazionigaleniche.it
Nel 2013 si è specializzato in preparazioni galeniche a base di cannabinoidi e cannabis medica e ha conseguito un Master alla Bedrocan BV. Da sempre lavora presso l’omonima Farmacia.
Iscrizione Albo dei Farmacistiwww.laboratorioternelli.com




28-06-2021

NUOVE RICERCHE CONFERMANO LA GRANDE EFFICACIA DELL’IVERMECTINA COME CURA CONTRO IL COVID

L’Ivermectina ha grande efficacia nel ridurre le morti da COVID-19. Lo dice una ricerca e anche il premio Nobel che l’ha scoperta.

ivermectina

di Sabino Paciolla

Un articolo pubblicato su PubMed  ha fatto una meta-analisi del rischio di ventiquattro studi randomizzati controllati, verificando l’efficacia dell’ivermectina, farmaco antiparassitario, con proprietà antivirali e antinfiammatorie, nel ridurre grandemente la mortalità nei casi di COVID-19.

La meta-analisi di 15 studi ha rilevato che l’ivermectina ha ridotto il rischio di morte rispetto all’assenza di ivermectina. Prove a bassa certezza hanno scoperto che la profilassi con ivermectina ha ridotto l’infezione da COVID-19 in media dell’86% (intervallo di confidenza 95% 79%-91%).

Le conclusioni dello studio sono queste: “Prove di moderata certezza rilevano che sono possibili grandi riduzioni dei decessi per COVID-19 utilizzando l’ivermectina. L’uso dell’ivermectina all’inizio del decorso clinico può ridurre il numero [di casi] che progredisce verso una malattia grave. L’apparente sicurezza e il basso costo suggeriscono che è probabile che l’ivermectina abbia un impatto significativo sulla pandemia di SARS-CoV-2 a livello globale.”

Eppure, nonostante guarigioni rapide e miracolose dopo la somministrazione dell’antiparassitario a persone che erano in terapia intensiva con ventilatori, incapaci di respirare da soli, la Ivermectina viene messa da parte dai paesi occidentali per ragioni poco chiare. Basta vedere la mappa dei paesi del mondo dove viene più utilizzata per uso umano. Ma c’è qualche paese che non la pensa così. A gennaio scorso, le autorità sudafricane hanno approvato l’uso dell’ivermectina per curare i pazienti con coronavirus.

Ma arriva un altro studio che porta la firma anche del Premio Nobel Satoshi Ōmura, Ph.D., lo scopritore della ivermectina, che mette in evidenza i chiari ed evidenti benefici clinici  del prodotto antiparassitario nel curare la COVID-19, anche se non si conoscono ad oggi chiaramente tutti i meccanismi che portano a questi ottimi risultati sui malati.

Di seguito vi riporto alcuni stralci della parte finale della ricerca del prof. Satoshi Ōmura.

La concentrazione efficace di ivermectina contro la SARS-CoV-2 in un esperimento in vitro di Caly et al. è di 2 μM; nella pratica clinica, è necessario somministrare decine di volte la dose normale per ottenere una tale concentrazione nel sangue. Pertanto, ci sono opinioni della IDSA e di altri che l’effetto terapeutico del COVID-19 non possa essere atteso dalla somministrazione della dose normale di ivermectina. Tuttavia, nella pratica medica reale, ci sono molti studi che dimostrano che la somministrazione di una dose normale mostra effettivamente una risposta clinica. risposta clinica. Al 27 febbraio 2021, i risultati di 42 studi clinici in tutto il mondo sono stati sottoposti a meta-analisi e hanno concluso che l’ivermectina è efficace nel trattamento e nella prevenzione della COVID-19. Nel Regno Unito, una raccomandazione basata sul consenso di 75 operatori sanitari provenienti da 17 paesi del mondo è stata effettuata e presentata all’OMS per incoraggiare ulteriormente l’emanazione di linee guida per l’uso dell’ivermectina nel trattamento e nella prevenzione della COVID-19. Dobbiamo considerare perché si sta verificando una tale discrepanza.

In un esperimento di infezione in vivo condotto presso l’Istituto Pasteur in Francia (…) una significativa diminuzione del rapporto di IL-6/IL-10 nel polmone è stata osservata nel gruppo trattato con ivermectina. È stato suggerito che l’ivermectina potrebbe essere efficace sulla COVID-19 agendo nella regolazione delle reazioni infiammatorie dell’ospite. L’ivermectina ha una struttura macrolide. Come altri composti macrolidi, è nota per esibire azioni estremamente diversificate. La regolazione della risposta infiammatoria dell’ospite è uno di questi diversi effetti.

In Giappone, nel 1994, in anticipo sul resto del mondo, è stato istituito un gruppo di ricerca sulla nuova azione dei macrolidi. È stato fatto allo scopo di chiarire le azioni diverse dall’attività antibatterica dei composti macrolidi, come la claritromicina. E’ stato realizzato l’uso clinico di diversi antibiotici macrolidi efficaci per la gestione e il trattamento dei pazienti con malattia polmonare diffusa (precedentemente designati come malattie refrattarie). (…) Diversi studi sono stati condotti anche per indagare gli effetti inibitori della claritromicina sulla produzione di citochine (nota la tempesta citochinica nella COVID-19, ndr). Uno di questi studi riguarda la soppressione delle reazioni infiammatorie eccessive causate dall’influenza e da altre malattie otorinolaringoiatriche. Prima di questo, effetti come questi che vanno oltre l’attività antibatterica degli antibiotici macrolidi non avrebbero mai potuti essere immaginati. (…) Le reazioni biologiche dei composti macrolidi sono state dimostrate essere estremamente diverse. Anche se alcune sono state chiarite, è difficile stimare quante altre azioni potrebbero non essere state ancora chiarite.

Anche se i risultati degli studi clinici sono stati e continuano ad essere accumulati dimostrando che l’ivermectina è efficace nel trattamento e nella prevenzione della COVID-19, i risultati di base in vitro che possono spiegare ragionevolmente la sua efficacia non sono  stati ancora ottenuti. Si ritiene che un’ampia varietà di attività biologiche esibite dai composti macrolidi, come le azioni sopra menzionate, in più fasi potrebbe eventualmente servire a esercitare un’azione/un effetto globale e più completo effetto. Anche se deve essere ulteriormente chiarito da studi futuri, l’efficacia clinica può essere determinata dall’indagine di uno dei seguenti parametri: (1) attività antivirale, (2) inibizione della relazione tra il virus e la cellula ospite e (3) azioni relative alla regolazione delle reazioni dell’ospite. È necessario dimostrare che vengono esercitati altri effetti, e sembra che tali indagini potrebbero essere argomenti di ricerca adatti per ricercatori di base, ricercatori farmacologici e clinici al fine di collaborare e chiarire la situazione.

Quando l’efficacia dell’ivermectina per la pandemia di COVID-19 sarà confermata con la cooperazione dei ricercatori di tutto il mondo e il suo uso clinico sarà realizzato su scala globale, esso potrebbe rivelarsi di grande beneficio per l’umanità. Potrebbe persino rivelarsi paragonabile ai benefici raggiunti dalla scoperta della penicillina, considerata una delle più grandi scoperte del ventesimo secolo. Qui, un altro uso per l’ivermectina, che è stata descritta come farmaco “miracoloso” o medicina delle “meraviglie”, viene aggiunto. La storia ha dimostrato che l’esistenza di tali composti di derivazione naturale con effetti così diversi è estremamente rara.

Tuttavia, per tramandare ai posteri il fatto che l’ivermectina è diventata ampiamente utilizzata per controllare la pandemia di COVID-19 che ha sconvolto il mondo, è necessaria solo una semplice azione: l’aggiunta di una sola parola, COVID-19, alla nona voce (delle 11 elencate) sotto la categoria Antivirale nell’”ivermectina: la futura” sezione del documento delle Nobel Lectures intitolata “Splendido dono dalla Terra”.




17-06-2021

MASSIMO MAZZUCCO: LE CURE PROIBITE CONTRO IL VACCINO




04-06 2021

UN NUOVO FARMACO CAPACE DI CONTRASTARE IL VIRUS

Un farmaco spegne l’infiammazione polmonare da covid: lo studio di Gaslini e Galliera

Dalla collaborazione tra i due ospedali sono emerse nuove indicazioni sull’utilità del trattamento con “anakinra” nei pazienti con polmonite severa da covid. Lo studio è stato pubblicato dalla prestigiosa rivista statunitense Journal of Clinical Allergology and Immunology e raccoglie i dati di 128 pazienti seguiti al Galliera nella prima ondata della pandemia

Dalla collaborazione tra Ospedali Galliera e Istituto Giannina Gaslini sono emerse nuove indicazioni sull’utilità del trattamento con “anakinra” nei pazienti con polmonite severa da covid-19. Lo studio è stato pubblicato dalla prestigiosa rivista statunitense Journal of Clinical Allergology and Immunology e raccoglie i dati di 128 pazienti seguiti nell’Ospedale Galliera nella prima ondata della pandemia, nei primi mesi del 2020.

Marco Gattorno, direttore Uoc Reumatologia del Gaslini, esperto di malattie autoinfiammatorie e immunodeficienze, ha spiegato: «Questo studio ha confermato su numeri molto più ampi quanto già osservato insieme ai colleghi del Galliera in uno studio preliminare pubblicato nel maggio 2020. L’analisi complessiva dell’intera casistica valutata al Galliera nel corso della prima ondata della pandemia ha evidenziato l’utilità del trattamento anti-infiammatorio precoce nei pazienti con la forma più severe di polmonite da covid-19, supportando l’ipotesi che farmaci i farmaci anti-reumatici, come gli inibitori di interleuchina-1, possano essere sempre utili nei casi più severi caratterizzati da una importante infiammazione, specie se assunti in associazione con il cortisone. Siamo contenti che lo studio, particolarmente complesso e raffinato dal punto di vista dell’analisi statistica effettuata, abbia contribuito a fare chiarezza su un argomento ancora molto dibattuto dalla comunità scientifica e non del tutto chiarito dagli studi fino ad ora pubblicati, anche dagli studi negativi. Ovvero, come in una malattia ancora poco conosciuta come il covid-19 sia fondamentale poter riconoscere a quale paziente dare un determinato trattamento, anche aggressivo, e soprattutto in quale fase della sua malattia, affinché questo possa risultare veramente efficace. Il nostro studio, unito ad esperienze simili in altri centri ha permesso di mettere a progettare nel modo più adeguato i trial clinici effettuati nel corso della seconda e terza ondata della pandemia, aiutando in modo significativo a identificare il sottogruppo di pazienti a più altra probabilità di beneficiare del trattamento anti-infiammatorio. Ovviamente, la speranza di tutti noi è che i vaccini e nuovi trattamenti specifici, come gli anticorpi monoclonali, possano essere l’arma definitiva per sconfiggere gli effetti devastanti della pandemia. Tuttavia, a noi sembra molto importante che tutta la comunità scientifica si continui a confrontare sui diversi aspetti della malattia veramente complessa che ci troviamo ad affrontare da ormai da più di un anno e che dovremo in ogni caso continuare a gestire nei prossimi mesi».

Emanuele Pontali, direttore Malattie Infettive del Galliera, ha aggiunto: «Siamo molto soddisfatti della pubblicazione di questo studio, svolto in collaborazione con i colleghi del Gaslini, su di una rivista scientifica internazionale di grande prestigio. Lo sforzo di cercare di dare il massimo per i pazienti a noi affidati, anche cercando soluzioni innovative, ha avuto un bel riconoscimento. Questa esperienza ha coinvolto numerosi professionisti al Galliera ed al Gaslini, confermando ancora una volta l’importanza, nella ricerca scientifica, della collaborazione multidisciplinare e tra Enti diversi».




03-06-2021

UN MEDICO SEGNALA LA CURA, LA IVERMECTINA, CHE E’ STATA SPERIMENTATA CON SUCCESSO SU 60.000 PERSONE. IN BELGIO HANNO COMINCIATO A SEQUESTRARE DALLE FARMACIE QUESTO FARMACO… NON SI VUOLE TRROVARE UNA CURA, PERCHE’ ALTRIMENTI IL VACCINO NON SERVIREBBE…




07-04-2021

UNA NUOVA SCOPERTA CHE SPIEGA COME IL COVID 19 DANNEGGI I POLMONI. LA SCOPERTA HA PORTATO I RICERCATORI AD INDIVIDUARE UN FARMACO, IL NICLOSAMIDE USATO DA OLTRE 50 ANNI CAPACE DI BLOCCARE IL DANNO AI POLMONI

https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/ADPUuxVB




27-03-2021

 Con gli anticorpi monoclonali tutti *guariscono* . Perche’ allora il coronavirus continua ad essere indicato come malattia che solo il vaccino puo’ sconfiggere? Perche’ non viene fissato per legge un prezzo degli anticorpi monoclonali calmierato in modo da rendere la cura accessibile a tutti (e rendere il vaccino un’opzione secondaria)?

Anticorpi monoclonali, tutti guariti i 22 trattati

Il professor Francesco Menichetti

I numeri della sperimentazione contro il Covid-19 sono stati resi noti dal professor Menichetti, durante l’inaugurazione di un ambulatorio dedicato

PISA — All’ospedale di Cisanello è stato inaugurato oggi un ambulatorio dedicato alla sperimentazione degli anticorpi monoclonali contro il Covid-19. Nell’occasione il professor Francesco Menichetti, che in qualità di responsabile del reparto di malattie infettive dell’Auop conduce la sperimentazione, ha fatto sapere che finora, su 22 somministrazioni effettuate, tutte e 22 le persone sono guarite.

All’inaugurazione era presente anche il presidente della Regione Toscana, che ha annunciato il conferimento del Pegaso d’Oro, massimo riconoscimento della Regione, proprio al professor Menichetti.

“Ora la sperimentazione può essere estesa e rappresenterebbe la prima vera cura nata appositamente per il Covid – ha commentato il presidente del consiglio regionale, Antonio Mazzeo -. Vorrei ringraziare ancora una volta il professor Menichetti, il suo staff (medici, infermieri, OSS, i tecnici di laboratorio) per il suo immenso lavoro e la sua immensa passione. Sono molto contento che il presidente Giani abbia deciso di premiarlo col Pegaso d’oro. La pandemia ha dimostrato quanto sia importante investire in ricerca. È l’unico modo per costruire il futuro”.




25-03-2021

Un altro medico i cui pazienti covid sono tutti guariti. Il dr Mariano Amici intervistato da Morris San spiega molti aspetti della malattia e sui rimedi affrontando anche il tema dei tamponi, dei vaccini e delle mascherine




24-03-2021

I mass media continuano a ripetere: “ne usciremo solo col vaccino”. Questo e’ infatti l’interesse di chi ha creato e diffuso il virus. Per fortuna non tutti gli scienziati sono corrotti e vi e’ qualcuno che lavora per trovare una vera cura. Questo farmaco, in vase allo studio fatto, sembra la soluzione definitiva

Covid, un enzima può bloccare la diffusione del virus: lo studio

Si tratta di una classe di enzimi, chiamata E3-ubiquitin ligasi, come sottolineato dai ricercatori (in gran parte anche italiani) che hanno partecipato allo studio internazionale. Inoltre, è stato identificato un farmaco, l’Indolo-3 Carbinolo (I3C), già utilizzato nel trattamento di patologie rare, che, per il momento in vitro, ha dimostrato “di essere in grado di bloccare l’uscita del virus”, come riferito da Giuseppe Novelli, genetista dell’Università di Tor Vergata a Roma

Grazie ad un team internazionale di esperti, che ha visto una significativa partecipazione italiana, è stato possibile individuare una nuova strada per colpire il coronavirus, con l’utilizzo di un farmaco che potrebbe potenzialmente essere a disposizione nel futuro prossimo. Tra i protagonisti della ricerca, Giuseppe Novelli, genetista dell’Università di Tor Vergata a Roma, primo autore dello studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista “Cell Death & Disease

Una classe di enzimi necessari al virus per uscire dalle cellule

“Anziché bloccare l’ingresso del virus nelle cellule abbiamo cercato di capire come bloccarne l’uscita”, ha spiegato Novelli, come si legge in un articolo pubblicato dal quotidiano “La Repubblica”. “Abbiamo così identificato una classe di enzimi, chiamata E3-ubiquitin ligasi, che sono necessari al virus per uscire dalle cellule e diffondersi in altri tessuti dell’organismo”, ha sottolineato il genetista. “Queste proteine non sono del virus, ma nostre e, quindi, non risentirebbero delle variazioni del virus”, ha detto ancora uno dei gli autori dello studio, sostenuto dalla Fondazione Roma e condotto in sinergia con esperti dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, dell’Istituto Spallanzani, dell’Università San Raffaele di Roma e di quelli di diverse istituzioni americane, canadesi e francesi.

Un farmaco già utilizzato nel trattamento di patologie rare

I ricercatori, nel loro lavoro, sono riusciti a dimostrare anche che i livelli di questi enzimi sono significativi nei polmoni dei pazienti e in altri tessuti infettati con il virus. Quindi, gli studiosi, hanno individuato anche un possibile nuovo farmaco, adatto a questo scopo. “E’ l’Indolo-3 Carbinolo (I3C), già utilizzato nel trattamento di patologie rare, e che abbiamo dimostrato, per il momento in vitro, di essere in grado di bloccare l’uscita del virus”, ha spiegato ulteriormente Novelli, sottolineando ancora il fatto che “se impediamo o anche solo rallentiamo la replicazione del virus ne possiamo compromettere anche la sua sopravvivenza”. Il risultato dello studio, ha confermato il genetista, rappresenta un’importante opzione per il trattamento contro il coronavirus, “in particolare per i pazienti che non possono essere vaccinati”.

Un’alternativa ai vaccini

Secondo Pier Paolo Pandolfi, esperto dell’Università di Torino e di quella del Nevada che ha coordinato lo studio, “i vaccini, pur essendo molto efficaci, potrebbero non esserlo più in futuro, perché il virus muta, e quindi è necessario disporre di più armi per combatterlo”. Per questo motivo, la scoperta “su I3C è importante, e ora dobbiamo avviare studi clinici per dimostrare la sua potenziale efficacia”, ha detto.




13-03-2021

Il prof zangrillo invita a non usare il cortisone nelle prime fasi del covid, considerato dannoso

Covid, sfogo duro di Zangrillo: “Così l’Italia finisce rossa”

Anche il professor Roberto Burioni ha spiegato che nella fase iniziale cure come il cortisone sono inutili e pericolose

Alberto Zangrillo, primario di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano, e Roberto Burioni, Professore Ordinario Microbiologia e Virologia Facoltà di Medicina e Chirurgia Università Vita-Salute San Raffaele, sembrano essere concordi nel dire che utilizzare il cortisone nelle fasi iniziali di Covid-19 è controindicato, se non addirittura pericoloso.

Zangrillo e Burioni: “Attenzione al cortisone”

l professor Zangrillo aveva scritto su Twitter: “La maggioranza degli accessi #Covid19 in pronto soccorso sono causati da terapie domiciliari assenti o sbagliate. Per l’abbandono del paziente e il cortisone alla prima linea di febbre, l’Italia va in rosso”. Poco dopo è arrivato il commento del professor Burioni al post del collega, che ha ribadito il concetto spiegando che sono “fondamentali i vaccini e la prevenzione, ma non è tollerabile che molti medici curino i pazienti in maniera inappropriata e senza seguire le linee guida. È inspiegabile questa sbagliata e pericolosa mania di prescrivere cortisonici fin dalle prime fasi di COVID-19”. Importante quindi non somministrare ai pazienti terapie non solo inutili, ma che possono addirittura rivelarsi pericolose. Nelle fasi iniziali di Covid-19, secondo i due esperti, il cortisone non è assolutamente indicato.

“Terapia prematura rischiosa”. La verità sull’alert sul cortisone

Proprio ieri, IlGiornale.it ha affrontato l’argomento spiegando che nelle scorse settimane molti giovani si sono recati in ospedale a Bologna con sintomi anche gravi tanto che alcuni di loro sono pure finiti in terapia intensiva. Non per il virus in sé, ma per l’uso del cortisone a casa. E così è arrivata una circolare dall’ospedale Sant’Orsola di Bologna dove gli infettivologi della struttura ospedaliera accusavano i medici di medicina generale per la prescrizione del cortisone nelle fasi precoci della malattia. Terapia sbagliatissima, dato che un trattamento con cortisone iniziato entro 7 giorni dalla comparsa dei sintomi, favorisce la replicazione virale, e questo vuol dire che l’infezione anziché regredire aumenta, con conseguenze anche molto gravi.

Danneggia il sistema immunitario

Il cortisone maschera i sintomi dell’infiammazione e, senza accorgersene, il Covid continua tranquillamente la sua replicazione. Da una parte si crede quindi di stare meglio, mentre dall’altra in realtà il nostro sistema immunitario viene gravemente danneggiato. Anche perché, nei soggetti giovani il sistema immunitario dovrebbe senza problemi riuscire a vincere l’infezione, a meno che non vi siano patologie particolari pregresse. Nei giorni scorsi Zangrillo, aveva risposto al messaggio di una persona che chiedeva un consiglio per un familiare curato a casa e aveva anche fornito al professore la lista dei medicinali assunti dal parente. Zangrillo aveva scritto: “Varianti, Rt, contagi, colori, rinforzi, lockdown. Manca la cosa più importante: la cura corretta”. E aveva evidenziato in giallo l’errore più comune, ovvero la somministrazione di un cortisonico.




01-03-2021

UNA TESTIMONIANZA SULL’EFFICACIA DEL FARMACO IVERMECTINA QUESTA VOLTA SU UN CANALE MAINSTREAM (PER CHI SI FIDA POCO DELLE NOTIZIE ALTERNATIVE SU INTERNET).




25-02-201 DI AELETTROTECNICA

COVID E SISTEMA IMMUNITARIO – un nostro lettore ci scrive….

Il covid avrebbe dovuto contribuire a familiarizzare, con un meccanismo formidabile di cui la natura ci ha dotati; il nostro sistema immunitario; ma inveceè rimasto la cenerentola della situazione.

Avete mai sentito parlare, di una indagine mirata a rilevare. lo stato del sistema immunitario di chi si è infettato?

Ma avrete sicuramente sentito elencare il numero degli asintomatici rilevati e dei defunti per covid.

Definizioni molto approssimative e prive di valore!

Per gli asintomatici, è sufficiente un tampone farlocco, a dichiararlo infetto (anche in assenza di sintomi)

(“dimenticando” che i tamponi, sono oggetti di cui non è mai stata definita la reale affidabilità). I defunti per covid risultano spesso essere persone decedute in realtà per altre malattie, e solo positive al covid senza che questo sia stata la causa del decesso.

Da quanto allego, si può vedere, in modo inequivocabile, l’estrema approssimazione del procedere, in merito alle indagini sul nostro sistema immunitario.

I linfociti sono parte costituente, il nostro sistema immunitario ma, quando si rileva un valore basso, ad esempio, 30,4% dice poco o nulla in quanto, i linfociti esaminabili sono ben 21 diversi.

Un esame solo appena un po’ critico, può far sorgere una perplessità. Ma 30,4% cosa può voler significare? Se alcuni linfociti  sono bassi e altri invece sono alti, la media dà un valore che viene considerato adeguato?

E’ un’estrema superficialità, questo modo di procedere, che non può fornire sicuramente indicazioni utili! Non è accettabile, quando si vuole indagare in modo scrupoloso, sullo stato del nostro GRANDE sistema di difesa, difesa contro virus e intrusi che possono insidiare la nostra salute.

Il “roboante” recente annuncio del San Raffaele, conferma quello che il “modesto” prof. Saverio Imperato, da tempo conosce e cerca di promulgare; ha pubblicato una foto al microscopio, estremamente significativa, seguita dodici anni dopo da analoga pubblicazione (film) dell’università di Cambridge.

Il nostro sistema immunitario che, la “scienza medica” con i suoi protocolli devasta con chemio e radioterapia, è il nostro sistema di difesa contro malattie importanti  che, al momento vengono trattate con terapie che sono prevalentemente motivo di business.

Se i danni della chemio e radio terapia, si limitassero alla devastazione del sistema immunitario, cosa già da sola gravissima, potrebbe essere poco accettabile ma, se inoltre rendono dolorosa la vita del paziente è un’azione criminale e sconsiderata!

L’annuncio del S.Raffaele

http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2016/02/16/news/tumori_da_ricerca_italiana_cellule_killer_contro_il_cancro-133545187/

L’università di Cambridge ha pubblicato, alcuni anni fa,  un filmato in cui si vedono i linfociti NK (macrofaci) assalire e divorare le  cellule cancerogene.

Ma se di quel valore 30,4% i macrofagi sono insufficienti?

Se questo è il normale procedere, la “scienza medica” necessità di un robusto aiuto, ma non finanziario, bensì di conoscenze !




FEBBRAIO 2021

“L’Idrossiclorochina funziona, ma vogliono smontarla! Costa solo 5 dollari…” ▷ Dott. Mangiagalli

UN PROTOCOLLO DI CURA CON L’IDROSSICLOROCHINA

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Trattamento domiciliare a base di IdrossiclorochinaAzitromicina ed Eparina: è questa la terapia che è stata ideata da un gruppo di medici che si sono incontrati, se così si può dire, su una chat di WhatsApp.

L’idea di mettere in comunicazione tra loro più specialisti allo scopo di progettare insieme un percorso con cui affrontare il Covid-19, è venuta, agli inizi della diffusione del virus, ai medici Andrea Mangiagalli e Laura Frosali, che hanno così creato il gruppo ‘Medici in prima linea’.

I principi su cui si fonda il trattamento sono stati messi in chiaro sin da subito: curare a casa, evitando dunque l’ospedalizzazione, e farlo al manifestarsi dei primissimi sintomi. Un metodo, a quanto racconta il Dott. Mangiagalli, che ha funzionato: oltre 1500 pazienti guariti e nessun decesso.

Ma se questa terapia è così efficace, perché nessuno ne parla? E soprattutto, di fronte al successo di questi medici, com’è possibile che l’Idrossiclorochina venga ancora indicata non solo come inutile contro il Covid, ma addirittura nociva per chi la prende?

Queste sono le domande che Francesco Vergovich e Fabio Durani hanno rivolto al Dott. Andrea Mangiagalli. Ecco come ha risposto lui nel corso della diretta di ‘Un giorno speciale’.

“L’Idrossiclorochina funziona, ma vogliono smontarla! Costa solo 5 dollari…” ▷ Dott. Mangiagalli

“Tutti gli studi fatti sono stati eseguiti o in pazienti ricoverati in gravi condizioni o con il farmaco utilizzato in fase preventiva di malattia. Hanno dimostrato di non funzionare perché nessuno studio è stato fatto nei pazienti domiciliari con sintomi. La maggior parte dei lavori dicono che non serve ed è giusto così perché un paziente grave dell’Idrossiclorochina non se ne fa nulla, così come non se ne fa nulla un paziente che non ha sintomi. Noi utilizzandolo nella fase precoce otteniamo risultati che finora nessuno ha visto.

L’Idrossiclorochina è un farmaco che in 40 anni non ha mai ammazzato nessuno. Che adesso improvvisamente un farmaco che ha curato milioni di persone per milioni di dosi sia diventato un killer potenziale è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Non è credibile da nessun punto di vista.
Tutta questa infodemia sta cercando probabilmente di smontare una possibilità di terapia con un farmaco che negli altri paesi trovate al costo di 5 dollari”.




Curarsi la Covid-19 a casa: i protocolli indipendenti non si fermano. Ma quali linee guida sono davvero affidabili?

Il ministero della salute non ha ancora pubblicato delle linee guida efficaci per la cura del covid a casa, subito dopo i primi sintomi. In questo articolo viene illustrato il protocollo di cura redatto dal prof. Remuzzi, che ha avuto ottimi risultati con i propri pazienti. Naturalmente si raccomanda di consultare anche il proprio medico.

L’ultimo documento pubblicato è quello del professore Remuzzi dell’Istituto Mario Negri, che consiglia di battere il virus sul tempo con terapia immediata. Contattato da Open, il presidente dell’Ordine dei Medici di Milano critica l’iniziativa

Se è vero che la lotta al Coronavirus ha da pochi giorni un nuovo alleato, è altrettanto vero che in Italia – nonostante il vaccino – ci si ammala ancora. La notizia incoraggiante delle ultime ore sulle terapie intensive, con un dato nazionale non più oltre la soglia di allerta (30%), non distoglie gli esperti dai rischi della stagione influenzale alle porte. La terza ondata, definita più volte «inevitabile» porterà la popolazione a nuove lotte contro un’infezione spesso silenziosa. A questo proposito torna urgente il tema delle cure in casa, per tutti gli infettati con sintomi lievi non bisognosi quindi di ricovero, o ancor peggio per tutti i potenziali contagiati in attesa del risultato di un tampone eseguito da giorni.

«Che fare se risulto positivo al virus ma non sono così grave da dover essere ricoverato?», «Come comportarsi se mentre aspetto l’esito di un tampone mi accorgo di primi sintomi?». Domande a cui tutti gli impegnati nella lotta domestica al virus tentano di rispondere. Nell’assenza di direttive nazionali, le linee guida finora sfornate da team di ricerca e infettivologi di grido, hanno cercato di dare parametri non sempre concordi tra loro. Senza contare i problemi riguardanti i veri punti cardine di tutto il sistema terapeutico casalingo, e cioè i medici di famiglia. Proviamo dunque a fare il punto con le ultime novità sul tema.

Il problema

Risale agli inizi del mese di marzo l’appello dei medici di base al governo per ottenere un documento univoco che li guidasse nella cura dei pazienti infettati. Le indicazioni al tempo erano state piuttosto generali, in linea con la poca conoscenza scientifica del virus di cui si disponeva. Nel mese di novembre poi la notizia di una bozza di un protocollo guida in approvazione, attraverso il quale il ministero della Salute avrebbe fornito le indicazioni a pazienti e medici di famiglia sull’iter più indicato per intervenire sull’infezione.

15 giorni dopo, la notizia dell’approvazione della bozza aveva fatto sperare su una pubblicazione imminente, ma per ora nulla di fatto. Nessun’altra ufficialità se non l’iniziativa indipendente di singoli ordini dei medici, in primis quello della Lombardia, o di infettivologi, come Matteo Bassetti, attraverso protocolli più o meno condivisi.

Il rischio di linee guida indipendenti è facile da immaginare. Pareri e indicazioni a volte discordanti si fanno spesso fucìna di iniziative personali confuse e pericolose da parte degli stessi pazienti, in un “fai da te” che, seppur legittimato dalla difficoltà del momento, rimane non ammissibile in tempi complessi come quelli di una pandemia. Dall’altro lato poi, il punto chiave dei medici di famiglia. Quelli che nelle difficili settimane di picco, sono riusciti a stento a seguire la grande quantità di pazienti sotto cura, con le testimonianze annesse di infettati spesso dichiaratisi «abbandonati».

L’abbandono di cui molti tuttora parlano riguarda anche quel particolare momento di limbo in cui, dopo essersi sottoposti a tampone, i potenziali contagiati devono attendere l’esito del test. L’indicazione principale è quella di stare in casa e aspettare. E se intanto cominciano a comparire i primi sintomi? Se nel frattempo l’infezione progredisce?

Farmaci prima dell’esito del tampone: l’ultima indicazione arriva da Remuzzi

A parlarne è il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Farmacologico Mario Negri, e il professor Fredy Suter, a lungo primario di malattie infettive all’Ospedale di Bergamo. Il documento che hanno stilato è rivolto ai medici di famiglia e spiega come curare a casa la Covid, «minimizzando il rischio di ricovero in ospedale». Il punto chiave sostenuto dal documento di Remuzzi è il dover agire prima dell’esito positivo del tampone. L’obiettivo è quello di non dare modo all’infezione di diffondersi nell’organismo, cercando di inibire quella che gli esperti considerano la seconda fase infiammatoria del virus. La più grave e, nella maggior parte dei casi, quella più bisognosa di assistenza ospedaliera.

«Appena si avvertono i sintomi come febbre, tosse, spossatezza, dolori ossei e muscolari, mal di testa:»

  • non aspettare l’esito del tampone già eseguito
  • non aspettare l’arrivo del medico né l’aggravarsi dei sintomi per poi rivolgersi al Pronto soccorso

«Ma agire come si fa con le virosi delle alte vie respiratorie e quindi:»

  • NO antipiretici come tachipirina
  • SI farmaco antinfiammatorio

L’indicazione sull’antinfiammatorio da prendere subito, viene motivata da Remuzzi come intervento utile per i primi 4-7 giorni successivi al periodo di incubazione, quando «la carica virale è altissima». E quando, continua il primario, «di solito non si fa niente, limitandosi a prendere l’antipiretico aspettando il tampone». I farmaci consigliati dal documento sarebbero mirati a battere sul tempo l’arrivo della sindrome respiratoria acuta, la stessa che permetterebbe al virus di arrivare ai polmoni:

  • Nimesulide, ovvero Aulin. Nella dose consigliata di 100 milligrammi due volte al giorno, dopo i pasti, per un massimo di 12 giorni.
  • Aspirina, 500 milligrammi due volte al giorno 
  • Celecoxib e tutti gli “inibitori della ciclo-ossigenasi 2”. Il medico può prescriverne una dose iniziale di 400 milligrammi seguita da una di 200 nel primo giorno di terapia, e poi un massimo di 400 milligrammi per giorno nei giorni successivi, se necessario.
  • Corticosteroide se la febbre persiste insieme ai dolori articolari

«In caso di tampone positivo procedere invece con esami specifici: conto dei globuli rossi e bianchi, creatinina per la funzione renale, PCR che indica se l’infiammazione sta andando avanti.

Se i valori sono nella norma:

  • continuare con Aulin o Aspirina attenendo il naturale esaurimento della malattia nel giro di 10 giorni

«Se gli esami dovessero risultare fuori norma:

  • radiografia al torace, se possibile eseguita anche a casa.
  • cortisone
  • ossigeno
  • antibiotico solo in caso in cui la radiografia mostri una sovrapposizione batterica 

I dubbi dell’Ordine dei medici di Milano

«Vedo linee guida a destra e a manca, sento molti “io farei così”, ma il punto è che non può essere una questione di opinione». A parlare ad Open sulle ultime indicazioni per la cura in casa di Covid-19 è il presidente dell’Ordine dei medici di Milano, il dott. Roberto Rossi. «Come federazione regionale degli ordini abbiamo stabilito, insieme al professor Massimo Galli, una serie di linee guida che si basano su uno studio scientifico a tutti gli effetti, così come dovrebbe essere sempre. E anche l’Ordine regionale della Lombardia si è mossa in questo senso» ha ricordato prima di tutto Rossi.

Il presidente sottolinea come le evidenze scientifiche siano fondamentali per sfuggire al fai da te, anche in riferimento a quanto proposto dal dott. Remuzzi. Il documento del direttore del Mario Negri, per sua stessa ammissione, non sarebbe infatti un protocollo scientifico a tutti gli effetti, ma un insieme di indicazioni, «derivate dalla cura sperimentata in campo di alcuni pazienti infetti».

Sulla direttiva di Remuzzi di battere il virus sul tempo ancora prima di sapere l’esito del tampone, il dott. Rossi si mostra piuttosto scettico. «Il lavoro che abbiamo fatto con il team di ricerca del professor Galli del Sacco di Milano non va in questa direzione». Fornire un’indicazione simile per il presidente dell’Ordine dei medici milanesi non rende conto di una questione ancora aperta sulla reale utilità di un farmaco durante una fase troppo anticipata.

«Dobbiamo tenere conto anche di chi invita a non iniziare troppo presto la somministrazione di farmaci perché non solo potrebbe avere una scarsa utilità ma addirittura essere depressiva di una risposta immunitaria, almeno nella primissima fase».

Quello che sappiamo dagli altri protocolli: no agli antibiotici, eccezioni per eparina e cortisone

Dopo le indicazioni del professor Remuzzi, il protocollo più recente in termini di tempo è quello dell’infettivologo Matteo Bassetti. Il primario di Malattie Infettive all’ospedale San Martino di Genova, nonché coordinatore della commissione sui ricoveri di pazienti affetti da Covid-19 istituita dall’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali), ha proposto, un vero e proprio vademecum delle cure in casa. Il presupposto di partenza del protocollo Cure domiciliari per il Covid è quello della differenza tra asintomatici e sintomatici. Per i primi non sarebbe necessaria alcuna terapia, mentre per i secondi andrebbe fatta una ulteriore distinzione tra sintomi lievi e sintomi moderati.

  • Sintomi lievi: febbre non superiore a 38°C e/o lieve sintomatologia respiratoria e/o dolore muscolare
  • Sintomi moderati: febbre persistente superiore ai 38.5°C per 96 ore con tosse e con dispnea da sforzo. Saturazione dell’ossigeno a riposo maggiore o uguale del 93% oppure maggiore o uguale al 90% in pazienti con patologie polmonari croniche

Sia in caso di sintomi lievi che moderati il protocollo di Bassetti indica come farmaci utili:

  • Paracetamolo
  • Ibuprofene
  • Acido acetilsalicilico (Aspirina)

L’uso di Eparina deve essere considerato su soggetti over 60 con ridotta mobilità o presenza di altri fattori di rischio. Il cortisone sarebbe invece da considerare solamente dopo 5-7 giorni dall’esordio dei sintomi e «da evitare in chi non presenta segni di compromissione respiratoria». Sugli antibiotici invece l’indicazione generale è quella di non prevederne l’uso nella prima fase dell’infezione per introdurli solo in caso di «sovrainfezione batterica»

Su quest’ultima parte nello specifico sembrano accordarsi anche le linee guida del Comitato tecnico scientifico della Lombardia: gli antibiotici vanno previsti solo se si sospetta un’infezione batterica «e mai come profilassi». Parere più contrastante quello sull’eparina che invece la Lombardia consiglierebbe sempre, tranne in casi di specifiche contro indicazioni, e utilizzato spesso come farmaco anticoaugulante. In accordo col vademecum di Bassetti anche per quanto concerne i cortisonici: «Consigliati solo nel caso in cui è presente anche un’ossigenoterapia, ovvero quando la saturazione è inferiore al 94 per cento».

La consulenza ad personam è la vera unica linea guida

«Ho avuto un paziente infetto da Covid-19 e asmatico. In quel caso ho forzato le linee guida diffuse dalla Lombardia consigliando un po’ prima del dovuto la terapia steroidea». Il presidente dell’Ordine dei medici di Milano spiega con un esempio quanto qualsiasi direttiva possa venir data, rimane fondamentale la consulenza del medico di famiglia. Il rischio di basarsi su regole generalizzate è anche e soprattutto questo, nel pericolo di assumere farmaci non adatti al proprio specifico quadro clinico. Un aspetto in fondo confermato anche dalle stesse polemiche che hanno seguito la diffusione del protocollo di Bassetti da parte della stessa Agenas con cui collabora. L’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali si sarebbe infatti discostata dalle linee guida del professore: «Non è stato da noi né condiviso né approvato».

In uno scenario di non pochi rischi su terapie individuali fai da te, la figura del medico rimane centrale. «Il bello e il brutto della nostra professione è in fondo questo», continua Rossi, «non c’è caso precostituito, e la stessa legge Gelli sulla responsabilità dei medici lo ribadisce: le linee guida vanno rispettate fatto salvo dei casi specifici». Ma è allora su questo presupposto che il circolo, tutt’altro che virtuoso, di monitoraggio e tracciamento dei casi risulta ancora un problema. Le testimonianze di chiamate e richieste di assistenza ai propri medici di famiglia da parte di contagiati o presunti tali sono state uno dei maggiori punti dolenti delle due ondate di contagi avvenute.

«Ci sono stati momenti in cui durante il picco più alto, noi medici di famiglia abbiamo avuto dai 100 ai 120 casi accertati. È comprensibile quindi la difficoltà di riuscire anche solo fisicamente ad essere presente», spiega il dottor Rossi. La situazione secondo il presidente ora si sarebbe notevolmente appianata. «Si può non avere risposta a una telefonata massimo per un giorno o due, ma attualmente è molto difficile non riuscire ad avere un’assistenza puntuale», conclude.




02-02-2021

Covid, Palù: “Nessun dubbio sugli anticorpi monoclonali, usarli ora” | Speranza in pressing su Aifa per accelerare il via libera

Genazzani (Ema): “Abbiamo ancora pochi dati. Bisogna fare valutazioni guidate dalla scienza e serve uno studio”

Gli anticorpi monoclonali riducono i ricoveri del 70% e la mortalita’ nei soggetti piu’ gracili. Nessuna controindicazione. Perche’ allora non sono ancora stati approvati con percorso accelerato come e’ stato fatto per i vaccini?

Gli anticorpi monoclonali, già autorizzati in altri Paesi in via emergenziale, inclusi gli Stati Uniti, ma non ancora da Italia e Europa, sono “salvavita” e “sulla loro efficacia ci sono fior di studi e nessuna controindicazione”. A entrare nel dibattito sull’utilizzo dei farmaci utilizzati anche da Trump, è stato il presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco Giorgio Palù che ha invitato a ricorrere a “un utilizzo emergenziale” anche in Italia, perché di queste armi “abbiamo bisogno soprattutto ora che c’è carenza di vaccini”. Lo stesso ministro della Salute Roberto Speranza sarebbe in “pressing” sull’Aifa per accelerare il via libera agli anticorpi monoclonali.

“Studi di fase 3 hanno mostrato come i monoclonali, se somministrati in fase precoce, riducono i ricoveri del 70% e la mortalità in soggetti gracili”, ha detto Palù su Rai Radio1 e ha ricordato che la Commissione Tecnico Scientifica dell’Aifa “si è espressa però dicendo che bisognerebbe attendere la validazione dell’Ema e che ci sono dubbi sull’efficacia, dubbi che non ravviso minimamente – ha affermato -. Questa ortodossia non era necessaria in questo momento, perché abbiamo sia lo strumento giuridico, cioè la possibilità di decretazione d’urgenza da parte del ministero, sia i dati pubblicati”. 

Sui monoclonali Aifa si è sempre detta “aperta” e uno studio promosso dall’ente regolatorio partirà a breve in Italia. Ma Palù ha aggiunto: “Ho sottoposto a Speranza il fatto che c’è la possibilità e il razionale scientifico per indurre a ricorrere a una decretazione d’urgenza, che acceleri i normali iter autorizzativi”. “Abbiamo bisogno di un approccio combinato di prevenzione attraverso i vaccini e di una terapia con farmaci efficaci e gli anticorpi monoclonali – ha spiegato Palù – sono i farmaci più efficaci che conosciamo in base a studi pubblicati di fase 3”.

Speranza in pressing su Aifa – Il pressing di Speranza sarebbe sarebbe già in atto da tempo e ultimamente è stato supportato da nuovi studi. Intanto, recentemente la Germania ha dato il suo primo ok alla cura. 

Genazzani (Ema), monoclonali? Ancora pochi dati, serve uno studio – “Sugli anticorpi monoclonali abbiamo ancora pochi dati. Bisogna fare valutazioni guidate dalla scienza ed è utile uno studio comparativo per capire se alcuni sono migliori di altri nella pratica clinica e per identificare le popolazioni che ne possono maggiormente beneficiare. Il bando per uno studio promosso dall’Agenzia Italiana del Farmaco mira a capire proprio questo”. Lo ha dichiarato Armando Genazzani, membro del Committee for Medicinal Products for Human Use dell’Agenzie europea dei medicinali. Questi farmaci, ha detto, “sono in valutazione dell’Ema e li utilizzeremo quando l’Ema li approverà”. Le procedure per un’approvazione d’urgenza dei farmaci, conclude, “esistono anche in Italia, ma dall’inizio della pandemia abbiamo deciso, credo correttamente, di non sfruttare questa via veloce neanche per i vaccini”.




30-01-2021

L’Aplidin, nuovo farmaco contro il covid che si e’ rivelato 30 volte piu’ efficace del remdesivir.

La battaglia al virus parla massese: scoperto farmaco contro il Covid

Il medicinale anti-tumorale della ricercatrice Anna Matilde Lithgow fondamentale per uscire dall’incubo

Nel riquadro, la dottoressa che ha scoperto la cura anti-covid
Nel riquadro, la dottoressa che ha scoperto la cura anti-covid

Massa, 30 gennaio 2021 – Si chiama Anna Matilde Lithgow, domenicana ma cresciuta a Massa, la ricercatrice la cui scoperta è alla base del nuovo farmaco antitumorale risultato molto più efficace del Remdesivir contro il Covid-19, l’Aplidin. Lithgow oggi vive e lavora in Spagna, all’università di Salamanca dopo una carriera accademica internazionale che l’ha vista anche negli Usa, ed è proprio all’Università dell’Illinois in America che nel 1989 aveva scoperto come un composto derivato dall’Aplidium Albicans, un’invertebrato marino bianco dalla forma tonda, fosse antivirale, antitumorale ed al contempo avesse una bassissima tossicità.

Questa scoperta avvenne al tempo per caso, la Lithgow racconta che “un ragazzo che stava facendo la tesi su un composto simile a quello che stavo studiando io, aveva avuto risultati molto simili ai miei; solo che il suo composto era già conosciuto e testato, il mio ancora era da scoprire.

All’inizio ho pensato che ci fosse stata una contaminazione nel mio composto con il suo, visto che lavoravamo vicino, ma dopo essermi spostata e dopo aver ristudiato l’Aplidium mi sono resa conto che non c’era stata nessuna contaminazione, perché i risultati del mio composto erano i medesimi nel primo e nel secondo studio“. Come disse Herbert Brown, premio Nobel per la chimica nel 1979, “c’è sempre una parte di fortuna imponderabile”; così a distanza di anni l’Aplidin è stato testato contro il Covid-19 ed è risultato, da studi condotti dalla casa farmaceutica spagnola PharmaMhar, il miglior potenziale farmaco finora testato 30 volte più efficace del Remdesivir, con tanto di articolo di conferma sulla prestigiosa rivista Science.

A passare però inosservata è la nostra Lithgow, che ci ha raccontato la sua storia e come la sua ricerca sia la base di questo raggiungimento potenzialmente salva-vite. “La ricerca di base, quella di cui mi occupo io, è quella che passa più inosservata, che riceve meno fondi e che viene meno considerata dai media, ma è anche quella più fondamentale, ecco perché riceviamo finanziamenti dagli stati e non da privati” commenta la ricercatrice. “Anche se ci sono pochi fondi è importante capire che dove ci sia capacità e volontà si possono creare persone altamente qualificate, specializzate, perché l’idea e lo studio sono alla base di tutto. Quando ho scoperto i risultati dell’Aplidium ed ero in America me ne sono dovuta andare dopo 9 mesi perché si temeva per il brevetto di questa ricerca, che nel corso degli anni si è appunto scoperta essere assai efficace.”

La ricercatrice apuana si occupa di determinazione strutturale, che spiegata così come lei ha fatto con noi, consiste nello scoprire in una mano (che rappresenta la molecola), dove si trovi e quale sia ogni singolo dito. Lithgow ha frequentato a Massa il Liceo Scientifico Fermi e la Malaspina prima di trasferirsi all’estero, e di quel periodo ricorda: “la formazione e l’educazione di quelle medie e di quei licei che ho ricevuto in Italia tirano fuori dalle persone le migliori capacità. Io se sono la persona di ora lo devo a quegli anni di studio che ho passato a Massa, perché mi hanno formato al meglio per il mio futuro. Quello era un periodo pieno di vita, di idee, eravamo un gruppo di giovani studenti volenterosi e capaci, e questo bagaglio di esperienze formative me lo sono portato dietro per tutta la vita e per tutto il mondo” Qui a Massa c’è ancora parte della sua famiglia, i suoi cugini e la sorella Maresa Lithgow, professoressa del Liceo Classico, e d’ora in avanti anche una cittadinanza sicuramente fiera della storia di una dominicana cresciuta e formatasi nella loro città, per dare poi alla ricerca internazionale un contributo fondamentale per la lotta al covid-19.




19-01-2021

Covid, vecchio farmaco già in commercio può cambiare tutto:la scoperta a Bari

Da un farmaco diuretico già in commercio arriva una nuova efficacissima potenziale arma contro il Covid: ora la fase clinica

Dopo il farmaco che potrebbe dare immunità immediata, nuove grandi speranze contro il Coronavirus. Da un farmaco già in commercio arriva una nuova efficacissima potenziale arma contro il Covid: una scoperta che potrebbe imprimere una svolta estremamente importante alla pandemia se confermata a livello clinico.

I ricercatori dell’Università di Bari, in collaborazione con l’Università Campus Bio-Medico di Roma, hanno scoperto che un vecchio farmaco diuretico funziona contro il SARS-CoV-2. “Siamo davanti a una promessa, non a un punto di arrivo”, ma l’ottimismo è tanto.

I vaccini sono essenziali all’immunità di gregge e al processo di sradicamento del virus, ma anche i farmaci possono essere rivoluzionari.

La tecnica del drug repurposing

Gli studi svolti dal team di ricerca formato da Luigi Leonardo Palese, Anna Maria Sardanelli e Camilla Isgrò del Dipartimento di Scienze Mediche di Base, Neuroscienze ed Organi di senso, hanno permesso di identificare alcuni composti attivi contro SARS-CoV-2 in grado di inibire un enzima necessario alla replicazione virale utilizzando la cosiddetta strategia del drug repurposing.

Di fatto, una tecnica che consiste proprio nello scovare molecole già approvate per alcune indicazioni terapeutiche che siano efficaci anche contro altre patologie, con un notevole risparmio sui tempi e costi di ricerca e sviluppo, dal momento che il farmaco è già sul mercato e se ne conoscono già efficacia ed effetti.

Com’è nata la ricerca

“È stata una pura curiosità scientifica. Ci siamo chiesti se in commercio ci fossero molecole in grado di agire sulle proteine che fanno proliferare il virus. Così si evitano le procedure per immettere in commercio un nuovo farmaco” ha spiegato Anna Maria Sardanelli in un’intervista a Repubblica.

Il gruppo di ricerca si è focalizzato su un particolare enzima di SARS-CoV-2 chiamato proteasi principale. Questa proteasi opera tagli specifici su alcune proteine virali, tagli necessari alla loro maturazione funzionale. Il blocco della proteasi rende impossibile al virus completare il suo normale ciclo vitale, interrompendone quindi la replicazione.

Tramite analisi in silico gli scienziati hanno passato al setaccio ben 2111 farmaci noti per la capacità di inibire gli enzimi capaci di far replicare i virus. I più promettenti sono stati analizzati sperimentalmente presso i laboratori dell’Università Campus Bio-Medico di Roma per valutare la loro attività inibitoria sull’enzima virale purificato.

Cosa sappiamo del farmaco antidiuretico contro il Covid

Queste analisi hanno portato ad identificare l’acido etacrinico come un promettente inibitore della proteasi di SARS-CoV-2. Si tratta di un potente diuretico approvato per uso clinico nel trattamento dell’ipertensione e degli edemi da insufficienza cardiaca, epatica e renale. Tra i nomi commerciali della molecola c’è il Reomax, per esempio.

“Scartati gli antitumorali, abbiamo testato una ventina di molecole in grado di legarsi ad M-Pro. La chiave è quella, perché parliamo di una proteina del virus, meno nota della spike sul piano mediatico, che però ha un ruolo fondamentale nella proliferazione del Coronavirus. Ebbene, quella molecola l’abbiamo trovata: si chiama acido etacrinico” spiega Sardanelli (i dati sono riportati in dettaglio e disponibili a tutti secondo la filosofia open science in questo articolo pubblicato sulla rivista scientifica Viruses).

Questa proteina M-Pro è unica nell’uomo, non ce ne sono altre con la stessa struttura, il che significa che questo farmaco “agirebbe in modo mirato, senza danni collaterali”. Però attenzione: “Non deve passare il messaggio per cui il farmaco è un rimedio miracoloso, come ha fatto il presidente Usa Donald Trump con l’idrossiclorochina”.

Il cambio di rotta sull’idrossiclorochina

Sull’idrossiclorochina sono state dette molte cose. Le agenzie regolatorie internazionali, tra cui anche Ema e Fda, non hanno avanzato preoccupazioni riguardo all’uso off-label di questo medicinale. Ma poi l’Aifa-Agenzia Italiana del Farmaco ad aprile scorso ha richiamato alla cautela, e dopo quasi due mesi, a seguito di un discusso articolo di Lancet in cui si mettevano in dubbio l’efficacia e la sicurezza del farmaco, in tutto il mondo sono stati stoppati precauzionalmente i trial e la somministrazione.

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di bloccare tutto, per poi tornare sui suoi passi una volta rivisti i dati del megatrial mondiale Solidarity, condotto dalla stessa Oms.

Dopo un iniziale scetticismo generalizzato, e dopo la nota restrittiva dell’Aifa del 26 maggio scorso che vietava la prescrizione di questo farmaco per la lotta contro Covid, il Consiglio di Stato ha accolto, in sede cautelare, il ricorso di un gruppo di medici di base e ha sospeso la nota dell’Aifa.

La ragione è che “non compete a questo Consiglio valutare e men che mai decretare l’efficacia terapeutica dell’idrossiclorochina nel contrasto al Sars-Cov-2 in una fase iniziale della malattia, proprio per i limiti connaturati al suo sindacato giurisdizionale, ma questo Consiglio ha il dovere di rilevare che la perdurante incertezza circa la sua efficacia terapeutica, ammessa dalla stessa Aifa a giustificazione dell’ulteriore valutazione in studi clinici randomizzati, non è ragione sufficiente sul piano giuridico a giustificare l’irragionevole sospensione del suo utilizzo sul territorio nazionale da parte dei medici curanti in base ad una conclusione – la totale definitiva inefficacia del farmaco sotto ogni aspetto, anche immunomodulatorio – che, allo stato delle conoscenze e della ricerche tuttora parziali e provvisorie, sembra radicale e prematura già a livello scientifico”.

Un farmaco che dà immunità immediata

Intanto, sappiamo che nel Regno Unito alcuni ricercatori stanno testando un nuovo farmaco che potrebbe impedire a chi è stato esposto al Coronavirus di sviluppare la malattia, grazie a uno speciale cocktail di anticorpi, per un periodo compreso tra 6 e 12 mesi. Un farmaco che darebbe cioè un’immunità immediata.

Sviluppato dall’University College London Hospital (Uclh) e da AstraZeneca, il colosso farmaceutico del vaccino messo a punto con l’Università di Oxford, questo farmaco ha chiaramente gli occhi del mondo puntati addotto.

L’obiettivo dei ricercatori britannici è far sì che la terapia attualmente in fase di sperimentazione, basata sugli anticorpi, conferisca un’immunità immediata. Una volta approvato, questo farmaco verrebbe somministrato a chi è stato esposto al Covid-19 negli 8 giorni precedenti.

Una differenza notevole rispetto al vaccino, che invece garantirebbe l’immunità dopo circa un mese. La nuova terapia potrebbe essere somministrata come trattamento d’emergenza a pazienti ospedalizzati o a categorie a rischio. La speranza è che possa essere disponibile già a partire dalla primavera 2021.




05-012021

Spunta un nuovo “anti Covid”: ecco come funziona il farmaco

La speranza arriva da un farmaco usato per i linfomi anche se è presto per pensare all’uso sulla popolazione. “Necessari altri 4-6 mesi”. Ecco a che punto sono tutti gli altri e le soluzioni per il 2021

Mentre si lotta contro il tempo per organizzare un’adeguata somministrazione di vaccini a tutta la popolazione italiana, europea e mondiale, parallelamente e senza troppo clamore procedono spediti anche gli studi per cercare di mettere a punto il miglior farmaco anti-Covid.

Ecco il pralatrexato

Pochissimi giorni fa ci siamo occupati (clicca qui per il pezzo) dell’importanza che il pralatrexato, un farmaco chemioterapico utilizzato per il trattamento dei linfomi, potrebbe avere nel bloccare il virus: è quanto emerso da uno studio cinese condotto su oltre 1.900 farmaci già in commercio per altre patologie.

Non solo: dallo studio emerge che supererebbe, come efficacia, anche il remdesivir, principale farmaco antivirale attualmente utilizzato per trattare i pazienti con Covid-19. “Il nostro studio ha scoperto che il pralatrexato è in grado di inibire potentemente la replicazione di Sars-Cov-2 con un’attività inibitoria più forte rispetto al Remdesivir, nelle stesse condizioni sperimentali”, riferiscono gli autori, guidati dal dottor Haiping Zhang degli Istituti di tecnologia avanzata di Shenzhen e riportato dal quotidiano inglese Daily Mail – “Identificare farmaci efficaci in grado di trattare il Covid-19 è importante e urgente, in particolare i farmaci approvati che possono essere immediatamente testati negli studi clinici”.

“È ancora presto”

“Al momento, dal punto di vista clinico non si può dire nulla: il pralatrexato è stato selezionato in uno studio di modellistica molecolare in vitro tra 1.900 altre molecole per le sue teoriche capacità di agire forse meglio di altri come inibitore della replicazione del virus Sars-Cov-2″, ci ha detto in esclusiva Renato Bernardini, Professore ordinario di Farmacologia all’Università di Catania e membro del Consiglio Superiore di Sanità.

Come funziona. Ci siamo fatti spiegare dal Prof. qual è il meccanismo per cui questo farmaco riuscirebbe a bloccare l’avanzata del virus. “In uno studio cinese di molecular docking in vitro è stato osservato che il pralatrexato si lega più avidamente di altre molecole ad un target virale, l’enzima Rna polimerasi Rna dipendente, essenziale per la replicazione del coronavirus, inibendola”. Il meccanismo d’azione è simile a quello del remdesivir, già in commercio come anti Sars-Cov-2 ma questo farmaco pare avere un quid in più. “Tale migliore attitudine di pralatrexato a bloccare l’enzima è stata in seguito verificata in colture cellulari in vitro, confermandone l’efficacia in questo sistema semplice. In sintesi, il pralatrexato mostra in vitro una migliore capacità di interferire e bloccare i processi di replicazione virale”, sottolinea Bernardini.

“Mancano i dati”. Dalla teoria alla pratica, però, c’è di mezzo il mare. Lo studio è nuovo ed è ancora presto per immaginare qualche paziente che possa essere curato con questo farmaco ed a quale categoria di malati possa essere destinato. “Non esistono dati, in aggiunta a quanto definito in vitro, che possano permettere al momento di predire quale possa essere l’indicazione di pralatrexato nella clinica di Covid. Allo stato attuale, non si può prevedere in quali dei pazienti affetti dal virus (stadi iniziali oppure stadi avanzati della malattia) pralatrexato possa trovare più opportuna applicazione“, afferma il docente catanese. Per poter proseguire la strada intrapresa, qualora si decidesse di proseguire questi studi estremamente preliminari, è necessaria una sperimentazione in specie da laboratorio e, in seguito, nell’uomo. “Considerato il particolare periodo di emergenza, considererei un minimo di quattro-sei mesi per il completamento di tali primi protocolli sperimentali in vitro, tempi comunque accelerati rispetto ai tempi standard”.

Gli effetti collaterali

Come tutti i farmaci, a maggior ragione quelli speciali in grado di curare i tumori, gli effetti collaterali non sono da sottovalutare: è molto importante valutare rischi e benefici. Poiché viene utilizzato per le persone con linfoma terminale, il suo utilizzo sui pazienti con Covid-19 non è ancora garantito. “Il pralatrexato è attualmente utilizzato nella clinica dei tumori e specificamente dei linfomi a cellule T.: è quindi un farmaco antineoplastico che, in analogia al più conosciuto metotrexato, inibisce efficacemente la sintesi dei folati, composti essenziali alla moltiplicazione delle cellule tumorali. Come per molti antineoplastici, il rischio di effetti indesiderati è relativamente alto”, ci dice Bernardini. In ogni caso, si deve considerare che un potenziale uso sui malati Covid sarebbe molto diverso rispetto a chi è affetto da tumore. “Bisogna però considerare due elementi importanti nella rivalutazione del profilo rischio/beneficio: la durata relativamente breve del trattamento (rispetto ai tumori) e il regime di dosi che potrebbe essere significativamente diverso, comportando quindi un miglioramento teorico dello stesso rapporto rischio/beneficio”.

Cosa ne pensa la comunità scientifica. I dati clinici sono incompleti ed insufficienti: è per questo motivo che la comunità scientifica non si pronuncia né si sbilancia. Quale membro del Consiglio Superiore di Sanità, il Prof. Bernardini sottolinea come prudenza e buon senso invitano a non lasciarsi andare a facili entusiasmi o allarmismi. “Non si può parlare di dubbi o certezze prima che un farmaco venga sperimentato in clinica – afferma – l’unico confronto sarà possibile in uno studio controllato e randomizzato: si aspettano, quindi, eventuali dati clinici che al momento non sono disponibili”.

Tutti gli altri farmaci

Mentre il controverso remdesivir non gode di buona fama, tant’è che l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) lo ha rivalutato lo scorso 26 novembre ed autorizzato solamente per l’uso “in casi selezionati, dopo una accurata valutazione del rapporto benefici/rischi”, per l’idrossiclorochina va ancora peggio, sospesa sia per l’uso terapeutico (ospedaliero e territoriale) sia per l’uso profilattico, “sulla base delle evidenze che si sono progressivamente accumulate e che dimostrano la completa mancanza di efficacia a fronte di un aumento di eventi avversi, seppur non gravi”.“Il virus lo abbiamo adesso” Un farmaco ci salva dal Covid

Accanto ai flop, ci sono speranze che continuano ad essere alimentate dalla ricerca: un mese fa ci siamo occupati del baricitinib, un farmaco già in commercio ed utilizzato normalmente per combattere l’artrite reumatoide. L’uso su 83 pazienti con polmonite Sars-Cov-2 moderata o grave ha ridotto del 71% la mortalità migliorando il quadro respiratorio e con una maggiore ossigenazione del sangue. Per conferme maggiori, dovremo aspettare i prossimi mesi.”Per quanto riguarda baricitinib, sono attivi al momento poco più di una decina di studi che dovrebbero offrire i risultati tra la fine di marzo e la fine di giugno 2021″, ci ha detto Bernardini. Ed un’altra potenziale buona notizia l’abbiamo anche dal molnupiravir (qui il nostro articolo) che blocca la tramissione del Covid nei furetti: il contagio tra questi animali è molto simile a quanto avviene sull’uomo, anche per quanto riguarda la sintomatologia generale. L’esperimento può dichiararsi riuscito quando, nella stessa gabbia, sono stati messi animali infettati accanto a furetti sani e non trattati e nessuno è stato infettato. In ogni caso, la differenza animale-uomo è enorme e “non sembra siano ancora attivi, al momento, studi clinici”, afferma il docente.

Le soluzioni per il 2021

Al di là dei vaccini che, sappiamo, rappresentano la prevenzione numero 1 contro il Covid, nel mondo sono attivi oltre tremila studi molti dei quali riguardano l’uso di nuovi potenziali farmaci: per nessuno di questi, al momento, sono state ancora tratte conclusioni definitive. “Bisognerà aspettare un altro paio di mesi”: tra questi, i più promettenti per la clinica sono gli anticorpi monoclonali, alcuni dei quali già autorizzati in emergenza dall’Fda americana, che, somministrati in diverse fasi della malattia, “possono immunoneutralizzare il Sars-Cov-2 e renderlo quindi innocuo in quegli individui che hanno già contratto l’infezione”, sottolinea Bernardini.

Alcuni di essi potrebbero essere già disponibili in via sperimentale nel nostro Paese entro la fine di questo mese di gennaio, mentre per altri farmaci della stessa classe, di cui alcuni sviluppati in italia, bisognerà attendere la fine di marzo-aprile. “Escluderei il riferimento a farmaci che agiscono come vaccini che restano l’unico strumento, somministrati in individui non affetti da malattia, in grado di prevenire l’infezione e anche la contagiosità. Nulla a che fare con i farmaci”, conclude.




26-12-2020

Covid-19: farmaco per immunità  immediata trovato in Gran Bretagna?

Nuova scoperta nella battaglia al Covid: in Gran Bretagna si sta sperimentando un farmaco per l’immunità  immediata.

Covid-19: la notizia del giorno è quella che interessa la sperimentazione di un nuovo farmaco per l’immunità immediata. Le ultime notizie che arrivano dal Regno Unito sono croce e delizia: da una parte la variante del Covid più contagiosa che preoccupa tutti i Paesi d’Europa (e non solo), dall’altra un nuovo farmaco che permetterebbe a coloro che entrano in contatto con il coronavirus di non sviluppare il Covid.

Un farmaco rivoluzionario in quanto permetterebbe di agire sulla fase iniziale del contagio, impedendo che sopravvengano i sintomi da Covid-19 ed evitando così qualsiasi complicazione.

A dare la notizia di questo nuovo farmaco rivoluzionario è stato il The Guardian; al momento si sta ancora verificando se questo effettivamente porta all’immunità  immediata dal Covid, ma semmai dovesse essere così potremmo essere davvero vicini ad una via d’uscita poichè in questo modo si potrà intervenire anche laddove i vaccini non possono.

Covid: farmaco per immunità  immediata trovato nel Regno Unito

Come spiegato dal Guardian, il farmaco è stato sviluppato da University College London Hospital (Uclh) e da AstraZeneca. Come anticipato, questo – che consiste in una terapia con anticorpi – rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione che darebbe un grandissimo aiuto nella lotta al Covid.

L’effetto deve essere ancora confermato, ma al momento ci sono elementi che fanno ben sperare. Nel dettaglio, questo farmaco sembra impedire a chi è stato esposto al coronavirus di sviluppare la malattia, restando quindi asintomatico.

Pensiamo, quindi, a quale effetto potrebbe avere sulle categorie più a rischio: dal momento che questa terapia di anticorpi sarebbe in grado di conferire immunità  immediata, questa potrebbe essere somministrata come trattamento d’emergenza per i pazienti ospedalizzati, come pure per tutti i soggetti più esposti al rischio contagio.

Sembra trattarsi comunque di un’immunità limitata nel tempo: secondo lo studio, infatti, questa potrebbe durare dai 6 ai 12 mesi. Ma sarebbe comunque un passo in avanti nella lotta al Covid, in quanto questo nuovo farmaco per l’immunità  immediata potrebbe essere somministrato anche a coloro che sono stati contagiati, a differenza del vaccino.

Nuovo farmaco per immunità  immediata: quando potrebbe essere pronto?

Lo studio sul nuovo farmaco per l’immunità  immediata da Covid 19 è ancora in fase di completamento. Partecipano allo studio l‘UCLH come pure diversi ospedali britannici, oltre ad una rete di 100 siti in tutto il mondo. La speranza è che la sperimentazione possa essere completata in tempo per marzo-aprile, quando la campagna vaccinazioni avrà  interessato ancora una piccola parte della popolazione.

Nuovo farmaco per l’immunità  immediata: perché è importante?

Qualora il farmaco dovesse ottenere l’approvazione finale, questo potrebbe essere somministrato a chi è stato esposto al Covid-19 negli otto giorni precedenti. In tal caso il farmaco dona l’immunità  immediata, impedendo quindi l’insorgere dei sintomi da Covid. E va ricordato che i vaccini attualmente sul mercato non conferiscono immunità prima di un mese.

La protezione immediata, quindi, sarebbe un passo importantissimo verso la lotta alla pandemia, in quanto sarebbe di grande aiuto in quella fase in cui non tutta la popolazione sarà vaccinata.

Covid, Speranza d’accordo con Conte: le zone rosse servono nonostante il vaccino

Il Ministro della Salute ha spento gli entusiasmi per il vaccino: Non ne vedremo l’impatto epidemiologico ancora per un tempo significativo. Per questo motivo dopo le feste si tornerà al meccanismo delle Regioni colorate.

Roberto Speranza conferma la possibilità  che anche dopo le feste natalizie ci saranno zone rosse. Il Ministro della Salute, proprio nel giorno in cui ha inizio la campagna vaccinale in Italia, spegne gli entusiasmi di coloro che credevano che le restrizioni potessero finire dopo il 6 gennaio, con la riapertura di bar e ristoranti e un alleggerimento degli attuali divieti.

Come tra l’altro ribadito da Giuseppe Conte in una recente intervista rilasciata a Porta a Porta, nella quale il premier non ha nascosto la possibilità  di un lockdown generalizzato nel caso di terza ondata da Covid, anche il Ministro della Salute ha confermato che dopo le feste di Natale non ci sarà  una linea più morbida. Anzi, si riprenderà  con il meccanismo delle Regioni colorate, con la possibilità  che ci possano essere nuovamente delle zone rosse (con la situazione in Veneto, ad esempio, che si fa sempre più preoccupante).

Italia, per gli effetti del vaccino serve tempo: a gennaio si torna con le zone rosse

Anche se il vaccino per il Covid è finalmente arrivato in Italia, con le prime vaccinazioni partite oggi, è ancora presto per vedere gli effetti positivi della campagna vaccinale. Basti pensare che l’immunità  si raggiunge non prima di 30 giorni e che al momento le dosi sono molto poche per far pensare ad un’immunità di gregge.

Per questo motivo, come sottolineato dal Ministro della Salute in un’intervista rilasciata a Repubblica, nei prossimi mesi le uniche armi a disposizione continueranno ad essere le misure non farmacologiche che non potranno essere dismesse

E le misure a cui fa riferimento Speranza sono quelle attuate prima delle restrizioni previste dal Decreto Natale: quindi Regioni colorate a seconda della gravità della situazione. C’è la possibilità che con la fine delle vacanze di Natale – con gli attuali divieti che resteranno in vigore fino al 6 gennaio – ci saranno delle Regioni che saranno in zona rossa e altre che invece diventeranno arancioni.

Riferendosi ai vaccini, infatti, il Ministro della Salute ha spiegato che – anche se si tratta di un momento da accogliere con gioia – dobbiamo essere consapevoli che non ne vedremo l’impatto epidemiologico ancora per un tempo significativo.

Insomma, dopo le feste non potremo abbassare la guardia e già  dal 7 gennaio ripartiranno le chiusure per fasce con le tre colorazioni in base al contesto epidemiologico. Un sistema che ha già  dimostrato di funzionare in quanto è dividendo l’Italia per fasce che è stato possibile abbassare l’Rt da 1,7 a 0,82 senza la necessità  di bloccare tutto il Paese.

Italia in zona rossa in caso di terza ondata?

E qualora i dati dovessero peggiorare il rischio che sempre più Regioni diventino zona rossa è concreto.D’altronde, la possibilità  di una terza ondata è alta e il vaccino da Covid per il momento non avrà  alcuna incidenza: per questo motivo, come tra l’altro non ha nascosto Giuseppe Conte, subito dopo l’Epifania potrebbero ritrovarsi in zona rossa diverse Regioni e fino a quando non si vedranno i primi effetti del vaccino il sistema delle colorazioni non sarà  dismesso.




22-12-2020

Covid, antinfiammatori per evitare il ricovero: il documento “salvavita” di Remuzzi

Se abbiamo qualche sintomo che potrebbe essere riconducibile al Covid, non c’è tempo da perdere. Nessun allarmismo, ma la tempestività  è fondamentale

Se abbiamo qualche sintomo che potrebbe essere riconducibile al Covid, non c’è tempo da perdere. Nessun falso allarmismo, ma soltanto buonsenso. Perchè con questo virus non si scherza e il tempo è una variante assolutamente determinante.

Lo spiegano bene Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Farmacologico Mario Negri, e Fredy Suter, a lungo primario di malattie infettive all’Ospedale di Bergamo, autori di un documento, ad uso dei medici di famiglia ma utile da conoscere, per curarsi a casa in sicurezza, anche prima di avere la conferma, tramite tampone, che si tratti proprio di Coronavirus.

Il documento (Remuzzi preferisce non chiamarle linee guida) unisce di fatto la letteratura scientifica all’esperienza sul campo clinico in tutto il mondo: strumenti essenziali e semplici, alla portata di tutti, per spiegare come vengono curati i pazienti Covid a casa loro, minimizzando il rischio di ricovero in ospedale.

Mentre anche in Italia arriva la variante inglese del Coronavirus, la parola d’ordine è tempestività. Prima agisci, più hai successo nell’evitare il ricovero spiega Remuzzi in una intervista a Repubblica. Moltissimi italiani che si curano a casa ci telefonano perchè hanno problemi di assistenza, che poi li inducono a rivolgersi al Pronto soccorso. Però non ci vanno subito, ma solo quando si è già  instaurata una fase iper-infiammatoria, e allora magari la malattia evolve negativamente.

Covid, le fasi della malattia e come si evolve

Il Covid evolve così:

  • nei primi 2-3 giorni, quando la malattia è in fase di incubazione e si è presintomatici, inizia ad esserci una carica virale che sale
  • nei 4-7 giorni successivi, iniziano febbre e tosse e la carica virale diventa altissima. Quello è il momento cruciale e quello è anche il momento in cui di solito non si fa niente, perchè magari ci si limita a prendere l’antipiretico aspettando il tampone
  • poi, può seguire un periodo di infiammazione eccessiva, quella che gli inglesi chiamano hyper inflammation, con sindrome respiratoria acuta: questa che mette le basi perché il virus arrivi ai polmoni e li si crei quella che gli immunologi chiamano tempesta di citochine ovvero una reazione eccessiva del sistema immunitario che danneggia l’organismo.

Il ruolo fondamentale del medico di base: cosa deve fare

Con il suo approccio, invece, Remuzzi ha buone possibilità  di prevenire questa fase di infiammazione eccessiva,” la cosa più importante in assoluto per evitare un’evoluzione negativa della malattia”. Ma non si tratta di una cura fai da te: è una strategia da seguire a casa esclusivamente sotto controllo medico.

Al di la  di consigliare ad esempio anche l’assunzione, eventualmente preventiva, di vitamina D, che potrebbe rivelarsi importantissima, il medico dovrebbe:

  • visitare il paziente a casa almeno una prima volta
  • impostare la terapia
  • effettuare le visite successive, anche solo via telefono
  • appena si avvertono i primi sintomi, suggerire subito l’antinfiammatorio mentre il paziente aspetta il tampone.

Covid, cosa non fare a casa

Quindi, cosa possiamo fare a casa e cosa è necessario sapere? Remuzzi spiega cosa non fare quando si sentono i primissimi sintomi:

  • non seguire la solita trafila, ovvero chiamare il medico (che magari non viene subito)
  • prendere la tachipirina mentre si aspetta il tampone
  • aspettare altri giorni per i risultati del tampone.

Quello che raccomandano Remuzzi e i suoi colleghi di prendere vantaggio sul virus non appena si può. Appena si avvertono i primissimi sintomi, come tosse, febbre, spossatezza, dolori ossei e muscolari e mal di testa, bisogna iniziare subito il trattamento, senza aspettare i risultati del tampone.

Covid, cosa fare a casa subito: quali farmaci assumere e dosi

Quando si avvertono i primi sintomi, serve agire come si fa con i virus delle alte vie respiratorie, cioè bisogna assumere non un antipiretico come la tachipirina, ma un farmaco antinfiammatorio, così da limitare la risposta infiammatoria dell’organismo all’infezione virale. Questo perché è proprio nei primi giorni che la carica virale è massima.

Quali farmaci si possono prendere a casa prima dell’esito del tampone e appena si avvertono i primi sintomi (raccomandiamo sempre di farlo sotto il controllo medico)?

  • Quando la febbre supera i 37,3 gradi o se ci sono mialgie, dolori articolari o altri sintomi dolorosi, si possono assumere farmaci antinfiammatori chiamati inibitori della ciclo-ossigenasi (o COX-2 inibitori), come il celecoxib. Il medico può prescriverne, ovviamente se per quel paziente non ci sono controindicazioni, una dose iniziale di 400 milligrammi seguita da una di 200 nel primo giorno di terapia, e poi un massimo di 400 milligrammi per giorno nei giorni successivi, se necessario.
  • Un altro farmaco COX-2 inibitore utile a prevenire l’infiammazione eccessiva è il nimesulide, il più famoso dei quali l’Aulin. In questo caso la dose consigliata è di 100 milligrammi due volte al giorno, dopo i pasti, per un massimo di 12 giorni. Se ci sono problemi o controindicazioni per il celecoxib e il nimesulide, si può anche ricorrere all’aspirina, anch’essa in grado di inibire COX-2. 500 milligrammi due volte al giorno dopo i pasti.
  • Se c’è febbre persistente, dolori muscoloscheletrici o altri segnali di infiammazione il dottore può prescrivere anche un corticosteroide, come il desametasone: i corticosteroidi inibiscono molti geni pro-infiammatori che producono citochine.

Uno studio sul nimesulide pubblicato sull’International Journal of Infective Diseases dimostra che riduce le componenti della famosa tempesta di citochine. Un altro studio pubblicato su Anesthesia and Analgesia rivela che l’uso dell’aspirina si associa a minor bisogno di ventilazione meccanica, minore necessità  di essere ammessi in terapia intensiva e minore mortalità  del paziente.

Invece la Società di Farmacologia francese ha trovato che l’utilizzo di paracetamolo, in persone che hanno forme avanzate della malattia, potrebbe persino nuocere, perchè sottrae glutatione, antiossidante naturale prodotto dal fegato, sostanza importante per la capacità  di difenderci dalle infezioni virali.

Gli esami da fare dopo il tampone positivo

Dopo 4-5 giorni dai primi sintomi e dalla conferma di Coronavirus tramite tampone, si fanno 3 esami:

  • globuli rossi e bianchi, che ci danno l’idea della situazione immunologica
  • PCR, proteina C reattiva, che indica se l’infiammazione sta andando avanti
  • creatinina, per vedere com’è la funzione renale, glucosio e un enzima per vedere come va il fegato.

Se tutti questi esami risultano normali, il paziente può andare avanti con nimesulide o aspirina, a seconda di ciò che aveva iniziato ad assumere. E normalmente la malattia si esaurisce nel giro di 10 giorni, o anche meno.

Se gli esami danno valori sballati

Se invece gli esami restituiscono valori sballati, opportuno:

  • fare una radiografia al torace, che si può fare anche a casa
  • il medico può prescrivere cortisone, eventualmente ossigeno e, se il paziente è una persona fragile e la radiografia del torace mostra una sovrapposizione batterica, un antibiotico.
  • se l’esame del d-dimero, marcatore che rileva un’eccessiva coagulazione del sangue, indica che comincia ad esserci un’attivazione della coagulazione, allora il medico può somministrare una bassa dose di un anticoagulante come l’eparina, sotto cute, per prevenire la trombosi.

Se la terapia con ossigeno, cortisone ed eparina non funziona, e la saturazione dell’ossigeno nel sangue diminuisce comunque (per questo è fondamentale avere a casa un saturimetro, qui la guida di QuiFinanza su come sceglierlo), allora il paziente va ricoverato in ospedale.




09-12-2020

Covid, nuovo farmaco antivirale Molnupiravir uccide il virus in 24 ore: scoperta cambia tutto

Questo trattamento farmacologico potrebbe rappresentare una promettente contromisura antivirale per rompere le catene di trasmissione del Coronavirus

Mentre la curva in Italia si appiattisce, ma lo scenario resta preoccupante, così come altissimo è il numero di morti, tanto da farci registrare il triste record in Europa di Paese con più vittime, nuove importantissime scoperte arrivano in merito alla cura del Coronavirus.

Il trattamento dell’infezione da SARS-CoV-2 con un nuovo farmaco antivirale, il cosiddetto Molnupiravir, sembra sopprimere completamente la trasmissione del virus entro 24 ore. A provarlo sono stati i ricercatori dell’Istituto di scienze biomediche della Georgia State University.

I limiti degli attuali farmaci anti-Covid

La pandemia sta avendo un impatto che gli esperti non faticano a definire “catastrofico” sulla salute umana. Ottenere il controllo su di essa dipenderà dall’interruzione delle catene di trasmissione, fino a quando non si manifesterà l’immunità di gregge indotta dal vaccino o acquisita naturalmente.

I trattamenti antivirali approvati fino ad oggi contro il Covid, come il Remdesivir – primo farmaco autorizzato negli Usa ma considerato oggi non efficace dall’Oms – non possono essere somministrati per via orale, il che li rende scarsamente adatti per il controllo della trasmissione del virus.

Lo studio sul Molnupiravir

Gli scienziati della Georgia State University, guidati dal prof. Richard Plemper, avevano già nei mesi scorsi segnalato lo sviluppo di un inibitore dei virus influenzali efficace per via orale, il Molnupiravir appunto, che è stato riproposto per l’uso contro il SARS-CoV-2 ed è attualmente in studi clinici di fase II/III.

In particolare, ne hanno indagato l’efficacia somministrandolo terapeuticamente per mitigare l’infezione da SARS-CoV-2 e bloccandone la trasmissione nei furetti, che trasmettono il virus in modo simile alla popolazione umana giovane-adulta.

“Quando abbiamo ospitato nella stessa gabbia gli animali infetti e poi trattati con furetti non trattati, nessuno dei contatti è stato infettato”, ha spiegato il coautore Josef Wolf. Per contro, tutti i contatti di furetti che avevano ricevuto placebo sono stati infettati.

Il trattamento terapeutico negli animali infetti con Molnupiravir due volte al giorno ha ridotto significativamente il carico di SARS-CoV-2 nel tratto respiratorio superiore e ha completamente soppresso la diffusione del virus nei confronti degli animali da contatto non trattati.

Come uccide il virus

In sostanza, questo studio, pubblicato su Nature Microbiology, ha identificato il Molnupiravir orale come una promettente contromisura antivirale per rompere le catene di trasmissione del Coronavirus. “Questa è la prima dimostrazione di un farmaco disponibile per via orale in grado di bloccare rapidamente la trasmissione di SARS-CoV-2″, ha detto Plemper. “Il Molnupiravir potrebbe cambiare le regole del gioco”.

“Abbiamo notato subito che il Molnupiravir ha un’attività ad ampio spettro contro i virus dell’RNA respiratorio e che il trattamento orale di animali infetti con il farmaco riduce la quantità di particelle virali emesse di diversi ordini di grandezza, riducendo drasticamente la trasmissione. Queste proprietà lo rendono un potente candidato per il controllo farmacologico del Coronavirus”.

I vantaggi del Molnupiravir

Poiché il farmaco può essere assunto per via orale, il trattamento può essere avviato precocemente e portare un beneficio potenzialmente triplo: inibire il progresso dei pazienti verso una forma grave di Covid, abbreviare la fase infettiva per alleviare il costo sociale, economico e psicologico dell’isolamento prolungato del paziente, e ridurre rapidamente i focolai locali.

Se questi dati basati sui furetti saranno confermati sull’uomo, i pazienti Covid trattati con questo farmaco potrebbero diventare non più infettivi entro 24 ore dall’inizio del trattamento.




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